di mauro antonini
Sembra innaturale e fors’anco un po’ paradossale, ma il Brasile che fra due anni disputerà in casa i campionati del mondo è una squadra tutta da scoprire e soprattutto meno dotata di talento rispetto al passato. La qualità c’è, del resto questo non è “o pais do futebol?”. Ma non ci sono i grandi nomi che hanno costruito successi e anche clamorosi flop nell’ultimo decennio. Sì, perché i vari Ronaldinho, Kakà, Adriano e Ronaldo – interpreti alquanto lunatici del famoso quadrato magico – non saranno della partita nel 2014. Un po’ perché condizionati da vicende personali che ne limitano il rendimento sul campo (Ronaldinho e Adriano), un po’ perché alle prese con problemi fisici che non promettono nulla di buono (Kakà). Sarà allora la Seleçao dei Neymar, Ganso, Pato, Robinho, Lucas, Paulinho, Dedè, Thiago Silva, tutta gente forte ma che va ancora amalgamata e contestualizzata nel progetto tecnico-tattico di Mano Menezes. In questo senso le imminenti Olimpiadi londinesi serviranno a chiarire i molti dubbi che aleggiano sulla nazionale più amata del pianeta, alimentati dai continui attacchi che i mass media lanciano contro il commissario tecnico che, ricordiamolo, non ha lo status di prima scelta. Nel 2010, infatti, era Muricy Ramalho, allora tecnico del Fluminense, l’uomo dei sogni della CBF. Nell’intervista realizzata in collaborazione con il collega Cesar Morais Filho, il selezionatore brasileiro “spiega” la nazionale “auriverde” e la filosofia che ne regge il lavoro.
Signor Menezes: le dice qualcosa il nome Flavio Costa?
Ci mancherebbe... (ride, ndr). È il tecnico della nazionale brasiliana che nel 1950 perse i Mondiali in casa contro l’Uruguay!
Ecco, in Brasile, la stampa afferma che lei potrebbe essere il nuovo Flavio Costa...
A parte il fatto che quella storia è morta e sepolta e soltanto gli stupidi potrebbero fare dei paragoni... Comunque: Flavio Costa va rispettato per quel che ha fatto e se quel giorno di luglio del 1950 non riuscì a portare il Brasile sul tetto del mondo, be’, questo non significa che lui fosse un fallito come da anni si vuol far credere. No, io non sarò il nuovo Flavio Costa, perché semplicemente io sono Mano Menezes e perché il calcio odierno, pur cercando di prendere da esempio il passato, è molto pragmatico, concreto, e non vive di ricordi. Quella fu una tragedia immane per il popolo brasiliano! Ma oggi la nostra gente è cambiata e sicuramente non agirebbe come agì 64 anni fa in caso di una sconfitta...
Mette i piedi in avanti?
No, semplicemente voglio far capire ai nostri sportivi che i tempi in cui il Brasile era considerato la squadra numero 1 al mondo, indipendentemente dai risultati, son finiti. Il calcio si è evoluto e la classe individuale non basta più. Prendiamo i Mondiali del 2006: con Kaka, Adriano e Ronaldinho finimmo eliminati dalla Francia nei quarti. E l’Italia, con una squadra buona ma non eccezionale, vinse la coppa. Oggi la qualità è importante, ma se non è accompagnata da un progetto tecnico, dalla dedizione nella preparazione, dall’umiltà, non serve a nulla. Ai miei ragazzi lo dico spesso: al mondo ci rispettano tutti ma nessuno ci teme più. Siamo una nazionale normale, e dobbiamo fare di questa normalità il nostro punto di partenza.
Prendendo esempio dalla Spagna?
Una grandissima squadra, che per essere tale ha dovuto passare per diversi insuccessi. Il suo gioco nasce dal calcio di base, dalle giovanili, settori nei quali si insegna a giocare in un certo modo. Noi in Brasile non abbiamo un progetto per i giovani. Convochiamo quelli che riteniamo più bravi, ma alle loro spalle manca completamente una struttura organizzativa.
Torniamo all’attualità: lei ha già in mente la squadra per il 2014?
Assolutamente no. E non sto dando una risposta... politica. Stiamo ancora lavorando su alcuni aspetti tattici e individuali. Per esempio: fra gli ’83 che ho convocato da quando ho preso in mano la nazionale nel 2011 ce ne sono alcuni che hanno disputato gli ultimi Mondiali in Sudafrica. Ma sono calciatori sui quali si può contare soltanto se motivati e soprattutto se sono in condizioni fisiche ideali. In questo momento, ne vedo in giro pochi. Kakà, per esempio, è un mistero. La squadra che sta nascendo punta dritto sui giovani perché ho comunque la garanzia che posso lavorare senza problemi o ostacoli di qualsiasi natura. Un esempio: se Ronaldinho viene in nazionale e durante gli allenamenti si preoccupa di più di sorridere alle tifose o di sghignazzare con i compagni, be’, questo mi dà molto fastidio. La regola “l’allenamento è allenamento, la partita è partita” per il sottoscritto non vale. Un tecnico vuole serietà e impegno sempre!
Un’eventuale delusione a Londra 2012 potrebbe crearle problemi?
L’ho già detto più volte. Si gioca per vincere la prima medaglia d’oro della nostra storia. Si va con la forza massima, con la convinzione che sarà un test importante ma non vitale per i nostri Mondiali. Come la Confederation Cup del 2013. Sono consapevole delle difficoltà che potremmo incontrare ma sono fiducioso... Mano Menezes si preoccupa solo per la squadra, non per il suo futuro.
Da tempo la stampa brasiliana parla di un ritorno di Felipao Scolari, il CT dei Mondiali vittoriosi del 2002.
Certe voci e certe speculazioni non mi toccano. Servono soltanto a fomentare gli animi. Ho l’appoggio della Federazione e con i giocatori credo di avere stabilito un rapporto genuino, schietto e onesto. La basi, ripeto, ci sono. Poi si può vincere o meno: l’importante è aver dato tutto.
Qualcuno, come Pelé, sostiene che in Brasile non ci siano più grandi talenti.
Non credo. Certo, non ci sono più, per il momento, i grandi nomi del passato. Ma abbiamo giovani molto promettenti (Neymar, Lucas, Paulinho su tutti, ndr), che stiamo cercando di inserire al meglio nelle nostra nazionale maggiore. Certo: un Pelé, un Garrincha, un Romario o un Ronaldo non nasce tutti i giorni.
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