L’Unione monetaria europea assomiglia sempre più ad una vecchia diga piena di crepe. Infatti, ogni volta che si tura una falla, se ne apre una più grande. I cerotti si moltiplicano, ma non riescono a bloccare le perdite di acqua. In poche parole, la diga è troppo malconcia e non può essere riparata. Quindi è meglio svuotarla e abbatterla prima che crolli distruggendo tutto quanto sta a valle.
La bontà di questa immagine è confermata dalle elezioni greche e dal piano di salvataggio delle banche spagnole. Come avevamo previsto, in Grecia hanno vinto i partiti che sostengono l’accordo con l’Unione Europea e ha perso il partito della sinistra radicale che voleva rinegoziare le misure di austerità imposte ad Atene. Quindi, per alcuni mesi la crisi greca passa in secondo piano. Il nuovo Governo dovrà comunque far approvare dal Parlamento nuove misure di austerità di circa 11 miliardi di euro, ma può contare sulla maggioranza dei deputati. Lo scampato pericolo di un’uscita della Grecia dall’euro non ha comunque allentato la tensione sui mercati finanziari. Sotto pressione sono ora soprattutto Spagna ed Italia.
Lunedì scorso i tassi decennali sui titoli spagnoli a dieci anni hanno raggiunto il 7,17% e lo spread con i rispettivi titoli tedeschi ha toccato il massimo storico di 589 punti base. Martedì Madrid ha dovuto pagare più del 5% per piazzare titoli a un anno. Nell’ultima asta questo tipo di titoli era stato piazzato ad un tasso inferiore al 6%. Anche i rendimenti dei titoli statali italiani lunedì scorso hanno superato di nuovo la soglia del 6%. A questi tassi sia la Spagna sia anche l’Italia saranno costretti a chiedere aiuto al Fondo Salva-Stati. Per gli spagnoli i tempi sembra che siano già maturi, poiché i 100 miliardi di euro promessi per salvare il sistema bancario iberico vanno ad aggravare il disavanzo pubblico e a far salire il debito pubblico spagnolo al 90% del PIL. Pure l’Italia è sempre più con l’acqua alla gola. Anche le banche italiane, pur non dovendo fare i conti dello scoppio di una bolla immobiliare, hanno il fiato grosso e presto dovranno procedere ad operazioni di ricapitalizzazione.
La speranza è ora che il prossimo vertice europeo, che si terrà il 28 giugno, dia il via libera ad una Unione bancaria. Essa prevede che la Banca centrale europea diventi l’organo di supervisione delle banche sistemiche, la creazione di un fondo europeo di garanzia dei depositi e un meccanismo di assistenza delle banche in difficoltà che non passi più attraverso i Governi nazionali. La Germania ha già fatto sapere di essere contraria e di essere disposta ad accettare solo il ruolo di supervisione della Bce. Il motivo è semplice: un meccanismo europeo di salvataggio delle banche equivale ad un meccanismo di salvataggio degli Stati. Infatti una notevole quota dei titoli pubblici dei Paesi in difficoltà è detenuta dalle banche. Quindi salvare le banche vuol dire salvare il Paese. L’Unione bancaria rischia dunque di essere un nuovo miraggio che non si concretizzerà mai. Pure saranno sicuramente deluse le aspettative di risultati miracolosi del vertice del prossimo 28 giugno. La diga è piena di falle e pure i cerotti non bastano più a turarle.
Siamo quindi prossimi alla resa dei conti per l’euro. Ben presto la Germania calerà il suo asso di quadri che consisterà nel dire che bisogna procedere nell’integrazione europea solo con i Paesi che lo vogliono e che soprattutto soddisfano certe condizioni economiche e finanziarie. Già la Signora Merkel ha ventilato questa posizione di Berlino la cui portata però non è stata capita. Di solito queste cose si fanno d’estate e proprio adesso comincia l’estate. Dunque prepariamoci ad un’estate incandescente che non riuscirà a raffreddare nemmeno un nuovo programma di “Quantitative Easing” della Federal Reserve. La realtà è che la diga dell’euro sta crollando.
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