Foto Teleticino
La sorpresa non c'è stata.
Alla fine a Lugano è andato Davide Morandi.
Una scelta in fondo logica, anche se non scontata.
Un po' perché la concorrenza di Raimondo Ponte era forte e sicuramente valida, un po' perché Morandi rappresenta comunque un'incognita.
Decisamente ottimo formatore e buon motivatore, come gli ha riconosciuto anche Renzetti, Morandi non ha però potuto finora dare la prova (e non è certo stata colpa sua) di essere un allenatore vincente. A Lugano dovrà diventarlo.
Ai tifosi non interessa se il budget sarà dimezzato o meno.
A Cornaredo bisogna vincere: tutto il resto interessa poco.
Lugano non è Locarno, con tutto il rispetto.
In riva al Verbano si vive con tutto con meno intensità e frenesia: soprattutto il calcio.
E questo grazie alla famiglia Gilardi, abile in questi anni nello scaricare sugli altri la pressione. È più facile lavorare in un ambiente così: ci si sente più protetti.
A Lugano invece no: ogni partita è un esame. Soprattutto per lui, che dovrà conquistare la stima dei suoi nuovi tifosi.
Alcune sue uscite non sono piaciute, inutile negarlo.
Oltretutto, come Renzetti, ha il "torto" di essere locarnese: insomma, il Lugano in mano ai locarnesi.
Qualcuno, e non sono pochi, storce già il naso.
Solito stucchevole campanilismo direte, voi: certo, ma comunque si tratta di un elemento da non sottovalure.
Questo è il Ticino: ci piaccia o no.
Morandi. anche per la rivoluzione che dovrà apportare in squadra, rappresenta la classica scommessa. Rischiosa ma nel contempo affascinante.
Una scommmesa che il Lugano, dopo alcune stagioni finite con l'amaro in bocca, non può più permettersi di fallire.
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