L’Unione monetaria europea è in fiamme. La perdita della tripla A da parte della Francia, la retrocessione in Serie B dell’Italia e il declassamento dei titoli del Fondo Salva-Stati unitamente alle difficoltà di trovare un accordo per evitare la dichiarazione di fallimento della Grecia fanno ritenere che le possibilità di sopravvivenza dell’euro siano ridotte al lumicino. Si tratta ora di prenderne atto anche alla luce dei continui “Nein” della Germania alle ipotesi di varare gli Eurobonds o di chiamare la Banca centrale europea ad effettuare massicci acquisti dei titoli dei Paesi europei in difficoltà. Ed ieri si è arreso alla realtà anche il numero della Banca centrale europea, Mario Draghi, il quale ha ammesso che la situazione è ben più grave di quanto pensasse. In pratica si sta diffondendo uno stato di impotenza e di sconforto tra i leader europei che è il preludio della fine dell’euro.
Il declassamento plurimo dei Paesi europei effettuato dall’agenzia di rating Standard & Poor’s ha l’effetto immediato di affossare in modo definitivo la possibilità che il Fondo Salva-Stati possa acquistare titoli pubblici dei Paesi deboli europei per calimierarne i rendimenti. Questa era la via che voleva seguire il Presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, per cercare di ridurre lo spread, ossia la differenza dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi. Il declassamento del Fondo Salva-Stati vuol anche dire che potrà raccogliere sui mercati meno capitali e ad un costo superiore. L’ipotesi che la Germania e gli altri Stati europei che ancora vantano la tripla A aumentino le loro garanzie è stata “fucilata” immediatamente da Berlino. La conseguenza è ovvia: oggi ad intervenire sul mercato secondario per calmierare i rendimenti dei titoli pubblici dei Paesi europei in difficoltà è unicamente la Banca centrale europea. Quest’ultima è già intervenuta pesantemente lunedì e martedì scorsi per evitare un’impennata dei rendimenti dei titoli italiani e spagnoli, ma non puo’ fare molto di più se non ottiene il consenso della Germania.
Alcuni ritengono che Berlino potrebbe dare il via libera a Mario Draghi dopo che alla fine di questo mese durante il vertice europeo verrà sottoscritto il Patto fiscale voluto dalla Germania. Ma anche questo Patto fiscale appare oggi in difficoltà. Infatti il nuovo rappresentante tedesco nel Direttorio della Banca centrale europea ha già dichiarato che la bozza di testo in circolazione prevede tali e tante eccezioni che potrebbero essere usate per non rispettare gli obiettivi dello stesso Patto fiscale. Appare quindi molto improbabile che la Germania accetti di sottoscrivere un testo di trattato sostanzialmente annacquato e soprattutto che il Governo di Angela Merkel accetti che la Banca centrale europea si metta a stampare grandi quantità di euro per risollevare le sorti dei Paesi in difficoltà.
Le difficoltà della ricapitalizzazione dell’italiana Unicredit hanno, d’altro canto, fatto svanire qualsiasi speranza di ricapitalizzazione del settore bancario europeo tramite aumenti di capitale. Ciò accelererà il processo già in corso di dismissioni di attività e di restrizione nella concessione dei crediti per rispondere alle richieste dell’autorità bancaria europea. Il risultato è ovvio: la stretta creditizia operata dalle banche deprimerà l’economia europea e non basterà il deprezzamento dell’euro a migliorare le prospettive economiche del Vecchio Continente e soprattutto dei Paesi deboli.
Come se non bastasse tutto ciò, stanno fallendo le trattative per la ristrutturazione “volontaria” dei titoli del debito greco detenuti dalle banche europee. L’aggravarsi della crisi in Grecia ha spinto sia il Governo di Atene sia i principali Paesi europei a chiedere uno sforzo maggiore alle banche. Queste ultime e soprattutto alcuni Hedge Fund non sono disposti ad accettare queste nuove condizioni. Non è escluso che si possa trovare un accordo all’ultimo minuto per evitare l’insolvenza della Grecia. Comunque il caso del paese ellenico mostra in modo inequivocabile il fallimento delle ricette prescritte dall’Unione Europea e dal Fondo Monetaria Internazionale. Anzi la Grecia è l’esempio più chiaro dell’affermazione che “di troppa austerità un’economia muore”. Infatti negli ultimi tre anni il PIL greco si è contratto del 20%. Nel 2011 si stima che sia diminuito del 6%. La pesantissima recessione ha fatto sì che l’anno scorse le misure fiscali (aumento delle tasse e tagli della spesa pubblica) pari a 20 miliardi di euro hanno ridotto il debito pubblico greco soltanto di meno di 4 miliardi di euro. Il debito pubblico del Paese ellenico è nel frattempo salito dal 145% del PIL del 2010 a più del 160% del PIL l’anno scorso. Questo aumento è dovuto alla contrazione del denominatore del rapporto, ossia alla recessione che ha contratto pesantemente il PIL greco. Inoltre la fuga dei depositi dalle banche elleniche ha fatto lievitare il costo della loro ricapitalizzazione, che oggi viene stimato attorno ai 40 miliardi euro, che dovrebbero essere forniti dal Fondo Salva-Stati. Insomma, lo spettro di un’insolvenza della Grecia (con il conseguente contagio dei Paesi europei deboli) non è da escludere.
Un fenomeno simile a quello greco sta già avvenendo in Portogallo ed è destinato a ripetersi in Spagna ed in Italia. Insomma, le politiche di austerità non risanano i conti pubblici dei Paesi in difficoltà, ma li spingono in una spirale recessiva che porta ad un peggioramento del debito pubblico.
Il momento della liberazione dalla camicia di forza rappresentata dall’euro sembra dunque avvicinarsi. L’aggravarsi della crisi e l’intransigenza della Germania rendono sempre più probabile un evento imprevisto, come il fallimento di un’asta italiana di titoli pubblici, che generi una crisi incontrollabile. Come abbiamo sempre ripetuto, la fine dell’euro non sarebbe una tragedia, ma un passaggio sicuramente costoso a politiche più consone alla tipologia dei diversi Paesi europei.
E’ infatti probabile che con l’uscita della Germania dall’euro si formi attorno al nuovo marco tedesco un’area di Paesi che hanno caratteristiche simili, che saranno l’Olanda, la Finlandia, il Lussemburgo e l’Austria. A questa area si aggancerebbero Danimarca e Svezia, che non hanno mai adottato l’euro, e molto probabilmente anche il nostro Paese, che potrebbe legare il franco svizzero tramite un tasso di cambio fisso al nuovo marco tedesco. Quindi, si formerebbe un’area di otto Paesi, che si fondano sulla cultura di conti statali in ordine o, come dicono i tedeschi, hanno una medesima cultura della stabilità. Gli altri Paesi rimarrebbero in un euro che si svaluterebbe sensibilmente, ridando competitività alle loro industrie di esportazione. Questi ultimi potrebbero usufruire di una politica monetaria fortemente espansiva della Banca centrale europea, che non sarebbe più sotto tutela tedesca. E’ questa la prospettiva che ci attende. Si tratta di uno scenario che non dovrebbe fare assolutamente paura. Anzi, per alcuni Paesi dovrebbe essere letto come una liberazione.
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