TUOR BLOG | 02.11.2011 | 07:38
 
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Per l'euro è cominciato il conto alla rovescia

Sotto diktat tedesco il vertice europeo vara misure che rendono ancora più precario il futuro della moneta unica europea

Il Parlamento tedesco impone la linea e il vertice europeo l’approva. Il risultato è un accordo pasticciato, che favorisce le grandi banche dell’Europa del Nord, che penalizza Italia e Spagna e che per l’euro avvia di fatto il conto alla rovescia. Al prossimo vertice del G20 i Paesi europei raccoglieranno le promesse d’aiuto di Stati Uniti, Giappone e dei principali Paesi emergenti nella sempre più difficile battaglia tesa a salvare la moneta unica europea. Ovviamente verranno dapprima presentati le intese raggiunte nel corso dell’ultimo vertice notturno tenutosi a Bruxelles riguardo alla crisi debitoria della Grecia, alla ricapitalizzazione delle banche e all’aumento a 1'000 miliardi di euro della dotazione del Fondo Salva-Stati. Questi accordi non risolvono nulla, anzi rischiano di aggravare la crisi dell’euro, come dopo un breve momento di euforia hanno cominciato a percepire anche i mercati finanziari. Ma procediamo con ordine.

La decisione più importante della scorsa settimana non è stata comunque presa a Bruxelles, ma a Berlino. Il Parlamento tedesco, riunitosi prima del vertice europeo, ha ristretto ampiamente la libertà di azione del cancelliere Angela Merkel. Il Bundestag ha infatti votato una mozione in cui imponeva alla Merkel di non impegnare nemmeno un euro supplementare dei contribuenti tedeschi per il Fondo salva-Stati, di non permettere la creazione di obbligazioni garantite dai Paesi in modo solidale dai Paesi di Eurolandia (i famosi Eurobond) e di richiamare la Banca centrale europea a rispettare i suoi statuti che vietano l’acquisto di titoli statali dei Paesi membri (come invece sta facendo ora con le obbligazioni italiane e spagnole). Insomma, i deputati tedeschi hanno inequivocabilmente chiarito che la Germania non è disposta a svenarsi e non è disposta nemmeno a rinunciare ai principi di una sana politica monetaria per salvare l’euro.

La decisione del Parlamento tedesco sgombra il campo da tante illusioni che si erano diffuse negli ultimi mesi e suona come una campana a morto per la moneta unica europea. La restrizione piu’ importante riguarda proprio la Banca centrale europea che da ieri è diretta dall’italiano Mario Draghi. Infatti l’istituto di Francoforte è l’unico ad avere una “potenza di fuoco” illimitata che, se usata (come fanno Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone), avrebbe potuto risollevare le sorti dell’euro, stampando moneta da girare al Fondo Salva-Stati per svolgere il compito di finanziare i programmi di aiuto a Grecia, Irlanda e Portogallo e contemporaneamente di evitare che anche l’Italia e la Spagna vengano risucchiate nel vortice della crisi. La Banca centrale europea con una politica monetaria fortemente espansiva avrebbe anche potuto ridare un po’ di slancio ad un’economia europea che rischia di cadere in recessione. Il rischio di una politica del genere era di destabilizzare le fondamenta dell’euro, di indebolire il suo tasso di cambio e di creare le premesse per una resurrezione dell’inflazione. I parlamentari tedeschi hanno detto no ad una scelta del genere non solo per paura che si ripetesse la tragica esperienza della Repubblica di Weimar, ma anche perche’ la monetizzazione del debito pubblico dei Paesi deboli è una forma di redistribuzione dei debiti dei Paesi meno rigorosi su quelli piu’ disciplinati. Il “Nein” tedesco (se verrà mantenuto) preclude le già scarse possibilità dell’euro di riuscire a superare questa crisi.

Infatti l’euro non riuscire certamente a sopravvivere grazie alle decisioni prese dal vertice europeo di Bruxelles. Queste misure creano unicamente ulteriore incertezza. Esse sono inoltre studiate per favorire alcuni Paesi a scapito di altri e non si preoccupano affatto della necessità di rilanciare la crescita dell’economia europea, che è la premessa indispensabile di qualsiasi tentativo di salvare l’euro. Ma cerchiamo di analizzare queste decisioni una per una.

In primo luogo, il dimezzamento del valore facciale dei titoli del debito greco rischia di rivelarsi un regalo alle banche. Infatti non sono stati definiti i termini dello scambio tra le vecchie obbligazioni greche e le nuove obbligazioni con valore facciale dimezzato. La decantata perdita del 50%, che si dovrebbero assumere le banche europee, è destinata a ridursi notevolmente a dipendenza delle garanzie di cui beneficeranno queste nuove obbligazioni e dei tassi di interesse, ossia delle cedole che dovranno essere pagate, che molto probabilmente saranno piu’ elevati di quelli dei vecchi titoli. Alcuni ritengono che il costo effettivo per le banche non sia destinato ad essere di molto superiore alla ristrutturazione del debito greco, già effettuata nelle scorse settimane, che comportava un costo del 21% per il sistema bancario. Ma c’è di piu’. Per non far scattare i Credit Default Swap (una forma di assicurazione contro il rischio di insolvenza della società o dello Stato che ha emesso un’obbligazione), questa operazione deve essere effettuata in modo volontario. Infatti bisogna a tutti i costi evitare l’evento insolvenza che permetterebbe agli investitori di chiedere il risarcimento di circa 75 miliardi di euro sui circa 3,5 miliardi di CDS sui titoli greci in circolazione. Questa strategia ha un aspetto positivo: dimostra che questi CDS in realtà non valgono nulla. Ma questo aspetto positivo rischia di essere controbilanciato dalla richiesta di un maggiore premio di rischio (ossia di maggiori tassi di interesse) sui titoli degli altri Paesi deboli europei. Dunque, il sollievo per Atene sarà nettamente inferiore a quello sbandierato e si sono create le premesse perche’ la tensione aumenti sui titoli degli altri Paesi deboli dell’Europa.

La ricapitalizzazione delle banche europee è ancora piu’ sorprendente e foriera di grandi pericoli. In pratica si sono penalizzate le banche italiane e spagnole e si sono favorite quelle francesi, tedesche ed inglesi. Infatti per stabilire le necessità di ulteriori mezzi freschi, non si sono tenuti in considerazione gli oltre 300 miliardi di titoli tossici, ancora detenuti dalle banche europee (soprattutto quelle del Nord Europa), mentre si sono contabilizzati a prezzi di mercato i titoli statali. Il risultato è ovvio: le banche dei Paesi del Mediterraneo che detengono una quota significativa di titoli statali del proprio Paese sono state svantaggiate rispetto a quelle del Nord Europa, che hanno in parte potuto compensare con le plusvalenze dei titoli tedeschi, francesi e britannici le perdite sui titoli dei Paesi deboli. Ma c’è di piu’. Le banche avranno tempo fino alla fine del prossimo mese di giugno per soddisfare i coefficienti di capitali richiesti. Quindi, viste le condizioni negative dei mercati, vengono di fatto incentivate a chiudere molte linee di credito e soprattutto a concedere la minor quantità possibile di prestiti. In pratica, vengono stimolate ad effettuare una stretta creditizia che accentuerà la frenata dell’economia europea.

Infine l’incremento a 1'000 miliardi di euro della dotazione del Fondo Salva-Stati appare insufficiente per finanziare i programmi di aiuto a Grecia, Irlanda e Portogallo e per evitare che l’Italia e la Spagna siano le prossime vittime della crisi dell’euro. L’aumento delle risorse dagli attuali 440 miliardi non verrà sottoscritto dai Paesi europei, ma dai mercati e soprattutto (sperano a Bruxelles) dai fondi sovrani dei principali Paesi emergenti. E infatti all’indomani del vertice è subito cominciata la questua con una puntata a Pechino del responsabile del Fondo. Essa continuerà certamente durante il prossimo vertice del G20. Anzi, forse diventerà il tema principale del summit.

In conclusione, il vertice non ha posto le premesse per una soluzione della crisi dell’euro, ma ha semplicemente creato nuovi motivi di incertezza e soprattutto ha varato provvedimenti che rischiano di frenare ulteriormente la crescita dell’economia europea. E senza crescita non si risolve una crisi determinata da un eccesso di debiti. Insomma l’Europa non sembra capace di uscire da quel circolo vizioso costituito da misure da misure di rigore che provocano minore crescita e che quindi non migliorano i conti pubblici e dunque non risolvono la crisi della moneta unica europea.



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